Dal Capetièmpe abruzzese ai falò e alle calze pugliesi, fino alla muffuletta palermitana: un viaggio nell’Italia dei riti di passaggio, dove il cibo custodisce la memoria, celebra gli affetti e accompagna il rinnovarsi delle stagioni.
In Abruzzo c’era un tempo in cui novembre cambiava molto più del calendario. Cambiavano i lavori nei campi, si rinnovavano i contratti, si preparavano le semine e si chiudevano i conti della stagione appena trascorsa. Era il Capetièmpe, letteralmente Capotempo, uno dei momenti in cui il mondo contadino riconosceva l’inizio di un nuovo ciclo. E se oggi siamo abituati ad associare gli ultimi giorni di ottobre alle zucche illuminate di Halloween, basta attraversare l’Italia per scoprire che fuochi, lanterne, doni e tavole imbandite appartengono anche a un patrimonio di tradizioni popolari ben più vicino a noi. Un calendario fatto di gesti, credenze e preparazioni gastronomiche che continua a raccontare il rapporto degli italiani con la terra, la memoria e il trascorrere del tempo.
Abruzzo, quando l’anno ricominciava dalla terra
A Pettorano sul Gizio, nella Valle Peligna, il Capetièmpe coincideva con un passaggio fondamentale dell’economia agricola: terminata la vendemmia e conclusa la vinificazione, cominciava la stagione delle semine. Si riscuotevano i fitti, si stipulavano nuovi accordi e persino taglialegna e carbonai organizzavano le compagnie destinate a partire per lavorare altrove. Non era il Capodanno del calendario civile, ma uno dei capodanni simbolici che scandivano la vita rurale, attraverso un periodo di ricorrenze che trovava una conclusione nella festa di San Martino, l’11 novembre.
In questo tempo di passaggio, la memoria dei propri cari diventava parte della vita domestica. Si accendevano ceri sui davanzali, mentre nelle cucine si lasciavano la tovaglia apparecchiata, qualche briciola di pane e un poco d’acqua o di vino. Secondo la credenza popolare, erano piccoli segni di accoglienza destinati ai familiari scomparsi, immaginati di ritorno per una notte nelle case che avevano abitato. Il cibo non era soltanto nutrimento, ma una forma di ospitalità capace di oltrepassare simbolicamente anche l’assenza.
Una consuetudine che oggi ritrova spazio nelle rievocazioni popolari. Proprio domenica 1° novembre 2026, a Spoltore, nel Pescarese, il borgo di Case Troiano ospita la dodicesima edizione della Tavola dei Morti, con le cucine apparecchiate, i piatti della tradizione e un percorso dedicato alle antiche credenze abruzzesi. Il rito torna così a essere occasione di racconto e di incontro, restituendo alla tavola il suo significato di luogo degli affetti.


Puglia, la notte in cui il paese si accende
A Orsara di Puglia, sui Monti Dauni, il primo novembre ha un nome tutto suo: Fucacoste e cocce priatorje, ovvero falò e teste del Purgatorio. Quando scende la sera, le strade e le piazze del borgo si illuminano di grandi fuochi, mentre le zucche intagliate, con una candela al loro interno, diventano lanterne. Non è una versione locale di Halloween, come potrebbe sembrare a uno sguardo frettoloso, ma una festa con una propria identità rituale, riconosciuta anche dalla Regione Puglia tra le manifestazioni tradizionali legate al fuoco.
Secondo la credenza popolare, le fiamme e i lumi indicano alle anime la strada per ritrovare le proprie case. Attorno ai falò, intanto, la comunità si riunisce, mangia e condivide. Tra le preparazioni caratteristiche compare la muscitaglia, chiamata anche muscetaglje: grano cotto arricchito con chicchi di melagrana, noci e vincotto. Un piatto in cui i prodotti della terra entrano nel linguaggio rituale della festa, con il grano che richiama il ciclo della vita e la melagrana tradizionalmente associata all’abbondanza.
Ma la Puglia custodisce anche un’altra usanza, decisamente più dolce. Nel Foggiano, durante la notte tra Ognissanti e il 2 novembre, i bambini aspettavano di trovare una calza piena di piccoli doni. Nessuna Befana in anticipo: secondo la tradizione, erano i familiari scomparsi a lasciare le sorprese. Un tempo le calze contenevano soprattutto noci, mandorle, fichi secchi e carrube, prodotti della dispensa contadina che per i più piccoli rappresentavano un piccolo tesoro. Oggi, nelle famiglie che conservano l’usanza, trovano posto anche caramelle, cioccolatini e giocattoli.
È interessante osservare come due consuetudini differenti, i fuochi di Orsara e la calza foggiana, affidino proprio al cibo e al dono il compito di mantenere vivo un legame tra generazioni.


Palermo, il 2 novembre si comincia con la muffuletta
Poi arriva il mattino. E in Sicilia il risveglio ha un profumo preciso: quello del pane appena sfornato.
A Palermo, il 2 novembre è tradizionalmente una giornata particolarmente attesa dai bambini. Durante la notte, secondo la credenza popolare, i familiari scomparsi lasciano giocattoli e dolci, spesso raccolti nel cannistru, un cesto colmo di frutta secca, biscotti, cioccolatini, frutta martorana e coloratissime pupaccene, figure di zucchero decorate. Al risveglio comincia una vera caccia ai regali, mentre per gli adulti la tradizione riserva una colazione che racconta un’altra faccia dell’identità gastronomica siciliana.
La protagonista è la muffuletta, o muffulietta, una pagnotta soffice, tradizionalmente condita, cunzata, con olio extravergine d’oliva, sale, pepe, origano e acciughe. Le varianti comprendono anche pomodoro fresco e formaggio. Una colazione decisamente salata, sostanziosa, legata alla cultura del pane e dell’olio, che trova proprio nella ricorrenza del 2 novembre uno dei suoi appuntamenti più rappresentativi.
Ed è forse questa l’immagine più bella con cui chiudere il nostro viaggio: dopo le fiamme della notte, il mattino porta in tavola il pane. Non un dolce celebrativo, non una preparazione elaborata, ma uno degli alimenti più antichi e quotidiani della nostra cultura, trasformato in protagonista di un rito familiare.


Tra il Capetièmpe abruzzese, i fuochi e i doni pugliesi e la colazione palermitana non esiste necessariamente una medesima origine storica. Esiste però un filo culturale che merita di essere osservato: il bisogno di dare un significato ai passaggi, di conservare i legami e di ritrovarsi attorno al cibo.

